Salve a tutti,
riporto di seguito una notizia pubblicata dalla redazione della rivista IL LATTE ( Tecniche nuove)
<<Mercoledì scorso, la Commissione ha pubblicato due rapporti in materia di etichettatura di origine, come richiesto dal Consiglio e dal Parlamento europeo ai sensi del reg. 1169/2011.
Due gli studi, uno solo l’esito: che i benefici dell’etichettatura obbligatoria non sono chiaramente superiori ai costi e pertanto una, volontaria, sarebbe “più adeguata”.
Il primo rapporto ha riguardato la fattibilità di diverse opzioni in termini di l’etichettatura di origine obbligatoria per prodotti lattiero-caseari e taluni carnei.
Sulla base delle opinioni dei consumatori rispetto a ulteriori informazioni da inserire in etichetta, ai potenziali costi aggiuntivi, e ai requisiti tecnici e amministrativi che ne derivano per le imprese e le autorità pubbliche, il rapporto ha concluso che per i prodotti lattiero-caseari ci sarebbe un impatto impari che graverebbe sui produttori, più oneroso per alcuni rispetto ad altri. Il rapporto suggerisce quindi che le attuali possibilità offerte dall'etichettatura facoltativa rispondano alle esigenze dei consumatori, pur assicurando flessibilità per gli Stati membri e gli operatori del settore.
La seconda relazione ha indagato la necessità di informare meglio il pubblico in merito alla provenienza dei prodotti alimentari non trasformati, di quelli costituiti da un singolo ingrediente e di ingredienti che rappresentano più del 50% di un alimento.
Secondo il rapporto, i consumatori sarebbero sì interessati all'etichettatura di origine per le sopraccitate categorie di alimenti, ma meno per cibi come prodotti lattiero-caseari, carne e derivati. Considerando pure i costi e i benefici delle norme di etichettatura sul mercato interno e internazionale, secondo la Commissione è da preferire l’attuale etichettatura volontaria, affiancata dalle esistenti nome di etichettatura di origine obbligatoria per alimenti o loro specifiche categorie.>>
Resto in attesa di vostri commenti.
Alla prossima.
martedì 26 maggio 2015
martedì 21 aprile 2015
mercoledì 21 gennaio 2015
IL LATTE CRUDO DESTINATO ALLA CASEIFICAZIONE
Salve a tutti ,
spesso mi capita di incontrare alcuni produttori di formaggi " a latte crudo" tradizionali, i quali sono alla ricerca di informazioni utili per cercare di ridurre il rischio igienico derivante dall'uso appunto da latte << non trattato termicamente>>.
Per tali produzioni casearie tradizionali, in un contesto di ricerca della salvaguardia della trasformazione tipica, la tecnologia non prevede infatti di ricorrere alla pastorizzazione del latte e/o trattamento termico di partenza.
L’eterogeneità dei prodotti e la specificità delle pratiche usate in ognuna delle singole produzioni casearie ( es. nei diversi formaggi di montagna, siano essi da latte di vacca che di capra) richiede di porre quindi la massima attenzione su alcune fasi di processo fondamentali che vanno
- dalla fase di “preparazione del latte” nel caseificio (dal ricevimento al travaso in vasca di
coagulazione/caldaia),
- alla fase di lavorazione in caldaia
- a quelle fatte fuori caldaia
In questo post cercheremo di approfondire la prima fase " sulla preparazione del latte destinato alla caseificazione".
Latte = Materia vivente
Per quanto attiene la flora microbica totale del latte, teniamo presente che essa costituisce quella "parte vivente" denominata "carica microbica" e misurata in "unita formante colonia per
millilitro ( UFC/ml), che promuove varie attività fermentative.
Per semplificare potremmo indicare 4 categorie di batteri presenti nel latte crudo:
1- batteri utili alla caseificazione ( filocaseari)
2- batteri dannosi ( anticaseari)
3- batteri patogeni ( apportatori di malattie e disturbi gasto.intestinali)
4- batteri indifferenti.
La carica microbica nel latte può variare molto, per diverse cause.
Una di queste cause, oltre ad eventuali contaminazioni che avvengono dalle attrezzature e/o impianti di mungitura, è ad esempio la durata del tempo di stoccaggio del latte munto.
La durata del periodo che intercorre tra la fine della mungitura e l’inizio della trasformazione del latte in formaggio può essere variabile in funzione delle pratiche locali e delle condizioni del caseificio:
il latte può essere trasformato subito, ancora caldo, o talvolta dopo uno stoccaggio anche superiore alle 24 ore.
Le ragioni di tale diversità di durata sono dovute a cause specificatamente aziendali
- tipo ad es. il non poter caseificare due volte al giorno, per scarsa disponibilità di latte per ogni singola munta, etc.
- o anche per specifici obiettivi produttivi
( es. conseguimento di una certa prematurazione biologica del latte, o anche per la necessità di affioramento di parte della crema).
Il tempo di sosta del latte crudo che intercorre tra mungitura e trasformazione in formaggio, influenza le sue caratteristiche microbiologiche in funzione della carica microbica di partenza e delle condizioni di stoccaggio e temperatura di conservazione del latte.
La valutazione di questo aspetto tuttavia va fatta considerando una serie di elementi:
• per ottenere un formaggio con caratteristiche idonee è condizione necessaria che si abbia una
fermentazione lattica in tempi accettabili ( aiutandosi ad es. con l'uso di fermenti lattici e starter reperibili in commercio );
• il formaggio deve essere sicuro , deve rispettare i principi e le norme stabilite dai Regolamenti Europei in materia di sicurezza alimentare, nonché i criteri microbiologici relativi;
• i formaggi devono rispondere ad uno standard qualitativo che viene riconosciuto dal senso comune dei consumatori e dai rapporti di scambio commerciale.
L’obiettivo principale è quindi quello di trovare un equilibrio tra l’esigenza tecnologica di trasformazione casearia e quella di avere un latte con una carica di batteri lattici con minima presenza di microflora contaminante potenzialmente responsabile di difetti, nonché di assoluta assenza di germi patogeni.
La qualità microbiologica del latte caldo appena munto, generalmente dipende essenzialmente dalle pratiche di mungitura, dalle condizioni di raccolta, dal trasporto e travaso del latte.
La sua attitudine “microbiologica” alla trasformazione casearia, e quindi la sua "fermentescibilità", si
confronteranno da un lato con la carica microbica iniziale (numero e tipo di microrganismi) e dall'altro con eventuali sistemi antimicrobici utilizzabili nella tecnologia di alcuni formaggi a latte crudo ( tipo ad es. lisozima nel formaggio Grana, etc)
La capacità di autodifesa del latte, se da un lato favorisce la sua conservazione nelle primissime ore dalla mungitura,( fin tanto ad esempio che la temperatura non sia stata abbassata dai sistemi di refrigerazione) , dall'altro lato come nel caso di trasformazione immediata (latte “caldo”) è corresponsabile del ritardo nell’avvio della fermentazione lattica, soprattutto quando non vengono utilizzati alcun starter di batteri lattici selezionati.
La ridotta carica microbica del latte appena munto è un fattore generalmente ricercato, che tuttavia, nel caso particolare dei formaggi a latte crudo, lavorato caldo (senza starter), può rallentare la velocità della fermentazione lattica lasciando spazio a fermentazioni indesiderate.( es gonfiore delle cagliate lattiche). Utile in questo caso sarebbe poter conoscere la "tipologia" di carica batterica presente nel latte lavorato ( se filo-casearia oppure anti-casearia).
In alternativa l'utilizzo di colture di fermenti lattici (selezionati) aggiunti al latte, può sicuramente darci una garanzia di "impronta" favorevole alla caseificazione.
Risulta quindi discutibile la teoria di coloro che affermano che il latte “pulito” non può
essere trasformato in formaggio e che troppa igiene fa male alla qualità.
Bisogna invece considerare che, in caso di trasformazione del latte ove il produttore decide di non- utilizzare "starter di batteri lattici selezionati" e/o cerchi di attuare una sorta di prematurazione biologica, conservando il latte magari ad una temperatura superiori a +15°C
per 12-24 ore, può risultare invece una pratica dannosa se non addirittura pericolosa!
E' stato osservato infatti che la conservazione del latte tra 10°C e 15°C non può essere valutata solo in termini di prematurazione, ma purtroppo anche in termini di rischio associabile alla crescita di flora di interesse igienico-sanitario ( e/o anticasearia)
-Escherichia coli ad es. si duplica con velocità crescente già a temperatura superiore ad 8°C,
-Staphylococcus aureus e gli stafilococchi “coagulasi positivi” in genere, pur potendo duplicarsi a
temperature maggiori di 10°C, sono molto più lenti ed il loro numero permane sostanzialmente inalterato per 24 ore fino a 16°C.
A temperatura del latte superiore a 20°C, (per es. 25°C per un periodo di 16 ore),
Staph. aureus inizia però a crescere velocemente nel latte e potrebbe portare anche alla produzione di tossine stafilococciche.
Le condizioni applicate alla sosta del latte prima della trasformazione dovrebbero quindi essere il risultato di una procedura di scelte eseguite sulla base di chiarezza e priorità di obiettivi, cercando il miglior compromesso possibile ed in ogni caso privilegiando la sicurezza alimentare.
Consideriamo anche che la scelta di dare priorità alla sicurezza potrebbe portare ad un risultato scadente dal punto di vista organolettico per alcune tipologie di formaggio.
Le regole igieniche e la buona pratica casearia dicono che il latte andrebbe velocemente raffreddato a
temperatura inferiore a +8°C fino al momento della sua trasformazione e conservato non oltre una durata tale per cui la carica microbica ecceda il limite di 300.000 ufc/ml.
La normativa attuale (Reg CE 853/2004) infatti non prevede limiti massimi di durata della conservazione del latte prima della trasformazione, ma fissa il criterio microbiologico di 300.000 germi/ml, (prima della lavorazione).
Per i formaggi di nicchia a latte crudo nel cui schema produttivo la tecnologia non prevede fasi-tecniche per la eliminazione/riduzione del rischio classicamente riconosciuti (pastorizzazione del latte, acidificazione veloce, cottura o filatura della cagliata, uso di additivi conservanti), si dovrebbe valutare con maggiore rigore le possibilità di rischio di sicurezza alimentare.
Spesso si dichiara che il formaggio avrà una durata di stagionatura superiore a 60 giorni facendo così sussistere la motivazione tecnica per l’ottenimento di deroghe ai sopracitati limiti.
Talvolta accade anche che, in assenza di rigorosi sistemi di controllo tracciabilità, il formaggio sia commercializzato prima del termine dei 60 giorni, con il rischio però di possibile contaminazione della crosta, o di differente grado di maturazione.
Un ulteriore problema per il piccolo produttore è anche quello della carenza di informazione. Spesso il piccolo produttore non è cosciente di rispettare o meno il limite di carica microbica, o anche di come e quando si devono gestire i prodotti a rischio.
Il piccolo produttore tradizionale, anche giovane, ha essenzialmente un sapere pratico tramandato da
generazioni di produttori che gli permette di fare il formaggio, ma risente della carenza di un percorso
formativo precedente l’inizio della sua attività produttiva, che avrebbe potuto fornirgli quelle conoscenze di tipo microbiologico, normativo e “scientifico” più in generale, indispensabili oggi per gestire le responsabilità che la legge affida al produttore di alimenti.
Oggi fortunatamente sono maggiormente disponibili le possibilità di carpire tali informazioni ( questo blog vuole contribuire in tal senso!)
Altro aspetto da valutare è la sosta per motivi tecnologici.
La sosta del latte può anche servire per una parziale scrematura della munta della sera che sarà poi miscelata con quella del mattino al fine di avere un formaggio meno grasso e disponibilità di panna per produrre burro.
Una temperatura più elevata di stoccaggio del latte può favorire la separazione della crema. La microflora del latte crudo avrà una crescita la cui velocità dipenderà dalla carica iniziale, dalla variabilità di generi e specie microbiche presenti, dalla temperatura e dal tempo.
L’agglomerazione dei globuli di grasso di fatto allontana quota parte della microflora del latte, ma teniamo ben presente che con temperatura maggiore di 15°C, aumenta la probabilità di avere una carica microbica superiore a quella iniziale sia nella crema, sia nel latte parzialmente scremato.
Qualora la temperatura di sosta superi invece i 20°C per un tempo superiore a 16 ore, aumenta il rischio di avere nella crema la presenza di tossine stafilococciche termoresistenti e l’entità del rischio dipenderà dalla contaminazione iniziale del latte da parte di stafilococchi “coagulasi positivi”.
La possibilità di avere crescita di enterobatteri tossinogeni è egualmente reale , considerando che nella intera linea di produzione di questi formaggi non intervengono trattamenti termici in grado di denaturare le eventuali enterotossine preformate,; si aumenta il rischio di contrarre tossinfezione, anche nell’ipotesi poco probabile che gli enterobatteri non siano poi in grado di continuare a crescere nelle fasi successive della caseificazione.
Il consiglio è quindi quello di non oltrepassare la temperatura di 12°C per un tempo ( tra mungitura ed inizio della caseificazione) di massimo 12 ore.
pH metro
Utile è inoltre misurare regolarmente il valore di acidità del latte (acidità titolabile/pH) all’arrivo in caseificio ed immediatamente prima della lavorazione ricordandosi di trascrivere il dato.
Questa doppia misura permetterà una prima verifica dell’effettiva qualità del latte in termini di stabilità del latte/prematurazione).
E’ importante raffreddare il latte per poterlo conservare, pur nella consapevolezza che una conservazione prolungata a+ 4°C, se da un lato rallenta la crescita microbica in genere,
dall’altro tuttavia permette la crescita dei "batteri psicrofili" ( anticaseari)
Le indicazioni nel caso di utilizzo di latte di due munte consecutive sono quelle di conservare a temperatura minore/uguale a 4°C il latte della prima munta per un tempo non superiore a 12 ore in modo tale da ridurre al minimo il tempo a disposizione per lo sviluppo della flora psicrofila.
Per lo stoccaggio del latte crudo è bene utilizzare, laddove possibile, i serbatoi refrigeranti per raggiungere velocemente la temperatura desiderata. Utili a tale scopo sono i serbatoi refrigeranti con frigo-termostato automatico. In assenza di tali attrezzature occorre comunque prevedere sistemi che consentano, mediante scambio indiretto di calore con acqua di rete, di raffreddare velocemente il latte latte (vedasi l’esempio del serpentino da immergere nella massa).
Banale, ma non inutile, anche l’avvertenza di controllare/far controllare la precisione del termometro con cui si misura la temperatura del latte.
Nel caso si debba stoccare il latte per più tempo (24/48 ore), si deve avere la consapevolezza che si sta utilizzando latte crudo la cui microflora sarà comunque alterata nei suoi equilibri iniziali e che tale squilibrio non è sicuramente a favore della flora lattica. In altre parole, la “qualità” dei formaggi ottenuti con latte refrigerato per lungo tempo, difficilmente potrà essere uguale a quella dei formaggi ottenuti da latte con aggiunta di colture starter di batteri lattici ( selezionati)!
Alla prossima.
spesso mi capita di incontrare alcuni produttori di formaggi " a latte crudo" tradizionali, i quali sono alla ricerca di informazioni utili per cercare di ridurre il rischio igienico derivante dall'uso appunto da latte << non trattato termicamente>>.
Per tali produzioni casearie tradizionali, in un contesto di ricerca della salvaguardia della trasformazione tipica, la tecnologia non prevede infatti di ricorrere alla pastorizzazione del latte e/o trattamento termico di partenza.
L’eterogeneità dei prodotti e la specificità delle pratiche usate in ognuna delle singole produzioni casearie ( es. nei diversi formaggi di montagna, siano essi da latte di vacca che di capra) richiede di porre quindi la massima attenzione su alcune fasi di processo fondamentali che vanno
- dalla fase di “preparazione del latte” nel caseificio (dal ricevimento al travaso in vasca di
coagulazione/caldaia),
- alla fase di lavorazione in caldaia
- a quelle fatte fuori caldaia
In questo post cercheremo di approfondire la prima fase " sulla preparazione del latte destinato alla caseificazione".
Latte = Materia vivente
Per quanto attiene la flora microbica totale del latte, teniamo presente che essa costituisce quella "parte vivente" denominata "carica microbica" e misurata in "unita formante colonia per
millilitro ( UFC/ml), che promuove varie attività fermentative.
Per semplificare potremmo indicare 4 categorie di batteri presenti nel latte crudo:
1- batteri utili alla caseificazione ( filocaseari)
2- batteri dannosi ( anticaseari)
3- batteri patogeni ( apportatori di malattie e disturbi gasto.intestinali)
4- batteri indifferenti.
La carica microbica nel latte può variare molto, per diverse cause.
Una di queste cause, oltre ad eventuali contaminazioni che avvengono dalle attrezzature e/o impianti di mungitura, è ad esempio la durata del tempo di stoccaggio del latte munto.
La durata del periodo che intercorre tra la fine della mungitura e l’inizio della trasformazione del latte in formaggio può essere variabile in funzione delle pratiche locali e delle condizioni del caseificio:
il latte può essere trasformato subito, ancora caldo, o talvolta dopo uno stoccaggio anche superiore alle 24 ore.
Le ragioni di tale diversità di durata sono dovute a cause specificatamente aziendali
- tipo ad es. il non poter caseificare due volte al giorno, per scarsa disponibilità di latte per ogni singola munta, etc.
- o anche per specifici obiettivi produttivi
( es. conseguimento di una certa prematurazione biologica del latte, o anche per la necessità di affioramento di parte della crema).
Il tempo di sosta del latte crudo che intercorre tra mungitura e trasformazione in formaggio, influenza le sue caratteristiche microbiologiche in funzione della carica microbica di partenza e delle condizioni di stoccaggio e temperatura di conservazione del latte.
La valutazione di questo aspetto tuttavia va fatta considerando una serie di elementi:
• per ottenere un formaggio con caratteristiche idonee è condizione necessaria che si abbia una
fermentazione lattica in tempi accettabili ( aiutandosi ad es. con l'uso di fermenti lattici e starter reperibili in commercio );
• il formaggio deve essere sicuro , deve rispettare i principi e le norme stabilite dai Regolamenti Europei in materia di sicurezza alimentare, nonché i criteri microbiologici relativi;
• i formaggi devono rispondere ad uno standard qualitativo che viene riconosciuto dal senso comune dei consumatori e dai rapporti di scambio commerciale.
L’obiettivo principale è quindi quello di trovare un equilibrio tra l’esigenza tecnologica di trasformazione casearia e quella di avere un latte con una carica di batteri lattici con minima presenza di microflora contaminante potenzialmente responsabile di difetti, nonché di assoluta assenza di germi patogeni.
La qualità microbiologica del latte caldo appena munto, generalmente dipende essenzialmente dalle pratiche di mungitura, dalle condizioni di raccolta, dal trasporto e travaso del latte.
La sua attitudine “microbiologica” alla trasformazione casearia, e quindi la sua "fermentescibilità", si
confronteranno da un lato con la carica microbica iniziale (numero e tipo di microrganismi) e dall'altro con eventuali sistemi antimicrobici utilizzabili nella tecnologia di alcuni formaggi a latte crudo ( tipo ad es. lisozima nel formaggio Grana, etc)
La capacità di autodifesa del latte, se da un lato favorisce la sua conservazione nelle primissime ore dalla mungitura,( fin tanto ad esempio che la temperatura non sia stata abbassata dai sistemi di refrigerazione) , dall'altro lato come nel caso di trasformazione immediata (latte “caldo”) è corresponsabile del ritardo nell’avvio della fermentazione lattica, soprattutto quando non vengono utilizzati alcun starter di batteri lattici selezionati.
La ridotta carica microbica del latte appena munto è un fattore generalmente ricercato, che tuttavia, nel caso particolare dei formaggi a latte crudo, lavorato caldo (senza starter), può rallentare la velocità della fermentazione lattica lasciando spazio a fermentazioni indesiderate.( es gonfiore delle cagliate lattiche). Utile in questo caso sarebbe poter conoscere la "tipologia" di carica batterica presente nel latte lavorato ( se filo-casearia oppure anti-casearia).
In alternativa l'utilizzo di colture di fermenti lattici (selezionati) aggiunti al latte, può sicuramente darci una garanzia di "impronta" favorevole alla caseificazione.
Risulta quindi discutibile la teoria di coloro che affermano che il latte “pulito” non può
essere trasformato in formaggio e che troppa igiene fa male alla qualità.
Bisogna invece considerare che, in caso di trasformazione del latte ove il produttore decide di non- utilizzare "starter di batteri lattici selezionati" e/o cerchi di attuare una sorta di prematurazione biologica, conservando il latte magari ad una temperatura superiori a +15°C
per 12-24 ore, può risultare invece una pratica dannosa se non addirittura pericolosa!
E' stato osservato infatti che la conservazione del latte tra 10°C e 15°C non può essere valutata solo in termini di prematurazione, ma purtroppo anche in termini di rischio associabile alla crescita di flora di interesse igienico-sanitario ( e/o anticasearia)
-Escherichia coli ad es. si duplica con velocità crescente già a temperatura superiore ad 8°C,
-Staphylococcus aureus e gli stafilococchi “coagulasi positivi” in genere, pur potendo duplicarsi a
temperature maggiori di 10°C, sono molto più lenti ed il loro numero permane sostanzialmente inalterato per 24 ore fino a 16°C.
A temperatura del latte superiore a 20°C, (per es. 25°C per un periodo di 16 ore),
Staph. aureus inizia però a crescere velocemente nel latte e potrebbe portare anche alla produzione di tossine stafilococciche.
Le condizioni applicate alla sosta del latte prima della trasformazione dovrebbero quindi essere il risultato di una procedura di scelte eseguite sulla base di chiarezza e priorità di obiettivi, cercando il miglior compromesso possibile ed in ogni caso privilegiando la sicurezza alimentare.
Consideriamo anche che la scelta di dare priorità alla sicurezza potrebbe portare ad un risultato scadente dal punto di vista organolettico per alcune tipologie di formaggio.
Le regole igieniche e la buona pratica casearia dicono che il latte andrebbe velocemente raffreddato a
temperatura inferiore a +8°C fino al momento della sua trasformazione e conservato non oltre una durata tale per cui la carica microbica ecceda il limite di 300.000 ufc/ml.
La normativa attuale (Reg CE 853/2004) infatti non prevede limiti massimi di durata della conservazione del latte prima della trasformazione, ma fissa il criterio microbiologico di 300.000 germi/ml, (prima della lavorazione).
Per i formaggi di nicchia a latte crudo nel cui schema produttivo la tecnologia non prevede fasi-tecniche per la eliminazione/riduzione del rischio classicamente riconosciuti (pastorizzazione del latte, acidificazione veloce, cottura o filatura della cagliata, uso di additivi conservanti), si dovrebbe valutare con maggiore rigore le possibilità di rischio di sicurezza alimentare.
Spesso si dichiara che il formaggio avrà una durata di stagionatura superiore a 60 giorni facendo così sussistere la motivazione tecnica per l’ottenimento di deroghe ai sopracitati limiti.
Talvolta accade anche che, in assenza di rigorosi sistemi di controllo tracciabilità, il formaggio sia commercializzato prima del termine dei 60 giorni, con il rischio però di possibile contaminazione della crosta, o di differente grado di maturazione.
Un ulteriore problema per il piccolo produttore è anche quello della carenza di informazione. Spesso il piccolo produttore non è cosciente di rispettare o meno il limite di carica microbica, o anche di come e quando si devono gestire i prodotti a rischio.
Il piccolo produttore tradizionale, anche giovane, ha essenzialmente un sapere pratico tramandato da
generazioni di produttori che gli permette di fare il formaggio, ma risente della carenza di un percorso
formativo precedente l’inizio della sua attività produttiva, che avrebbe potuto fornirgli quelle conoscenze di tipo microbiologico, normativo e “scientifico” più in generale, indispensabili oggi per gestire le responsabilità che la legge affida al produttore di alimenti.
Oggi fortunatamente sono maggiormente disponibili le possibilità di carpire tali informazioni ( questo blog vuole contribuire in tal senso!)
Altro aspetto da valutare è la sosta per motivi tecnologici.
La sosta del latte può anche servire per una parziale scrematura della munta della sera che sarà poi miscelata con quella del mattino al fine di avere un formaggio meno grasso e disponibilità di panna per produrre burro.
Una temperatura più elevata di stoccaggio del latte può favorire la separazione della crema. La microflora del latte crudo avrà una crescita la cui velocità dipenderà dalla carica iniziale, dalla variabilità di generi e specie microbiche presenti, dalla temperatura e dal tempo.
L’agglomerazione dei globuli di grasso di fatto allontana quota parte della microflora del latte, ma teniamo ben presente che con temperatura maggiore di 15°C, aumenta la probabilità di avere una carica microbica superiore a quella iniziale sia nella crema, sia nel latte parzialmente scremato.
Qualora la temperatura di sosta superi invece i 20°C per un tempo superiore a 16 ore, aumenta il rischio di avere nella crema la presenza di tossine stafilococciche termoresistenti e l’entità del rischio dipenderà dalla contaminazione iniziale del latte da parte di stafilococchi “coagulasi positivi”.
La possibilità di avere crescita di enterobatteri tossinogeni è egualmente reale , considerando che nella intera linea di produzione di questi formaggi non intervengono trattamenti termici in grado di denaturare le eventuali enterotossine preformate,; si aumenta il rischio di contrarre tossinfezione, anche nell’ipotesi poco probabile che gli enterobatteri non siano poi in grado di continuare a crescere nelle fasi successive della caseificazione.
Il consiglio è quindi quello di non oltrepassare la temperatura di 12°C per un tempo ( tra mungitura ed inizio della caseificazione) di massimo 12 ore.
pH metro
Utile è inoltre misurare regolarmente il valore di acidità del latte (acidità titolabile/pH) all’arrivo in caseificio ed immediatamente prima della lavorazione ricordandosi di trascrivere il dato.
Questa doppia misura permetterà una prima verifica dell’effettiva qualità del latte in termini di stabilità del latte/prematurazione).
E’ importante raffreddare il latte per poterlo conservare, pur nella consapevolezza che una conservazione prolungata a+ 4°C, se da un lato rallenta la crescita microbica in genere,
dall’altro tuttavia permette la crescita dei "batteri psicrofili" ( anticaseari)
Le indicazioni nel caso di utilizzo di latte di due munte consecutive sono quelle di conservare a temperatura minore/uguale a 4°C il latte della prima munta per un tempo non superiore a 12 ore in modo tale da ridurre al minimo il tempo a disposizione per lo sviluppo della flora psicrofila.
Per lo stoccaggio del latte crudo è bene utilizzare, laddove possibile, i serbatoi refrigeranti per raggiungere velocemente la temperatura desiderata. Utili a tale scopo sono i serbatoi refrigeranti con frigo-termostato automatico. In assenza di tali attrezzature occorre comunque prevedere sistemi che consentano, mediante scambio indiretto di calore con acqua di rete, di raffreddare velocemente il latte latte (vedasi l’esempio del serpentino da immergere nella massa).
Banale, ma non inutile, anche l’avvertenza di controllare/far controllare la precisione del termometro con cui si misura la temperatura del latte.
Nel caso si debba stoccare il latte per più tempo (24/48 ore), si deve avere la consapevolezza che si sta utilizzando latte crudo la cui microflora sarà comunque alterata nei suoi equilibri iniziali e che tale squilibrio non è sicuramente a favore della flora lattica. In altre parole, la “qualità” dei formaggi ottenuti con latte refrigerato per lungo tempo, difficilmente potrà essere uguale a quella dei formaggi ottenuti da latte con aggiunta di colture starter di batteri lattici ( selezionati)!
Alla prossima.
mercoledì 31 dicembre 2014
Il futuro del latte e del formaggio!
Si conclude un vecchio anno e ne ricomincia uno nuovo....purtroppo
con tante (troppe) incertezze anche nel mondo lattiero caseario!
Tante notizie "sconfortanti" dal punto di vista economico in questo 2014 passato:
-Latte: allevatori di nuovo sul piede di guerra contro la UE
link
-Allarme parmigiano reggiano: calano la domanda interna e le esportazioni
link
Vi sono state però anche notizie che da un certo punto di vista possono dare "fiducia" per un nuovo anno di cambiamenti!
- Il mercato dei Formaggi freschi non conosce crisi
link
E' notizia di qualche mese fa:
Coca Cola entra nel mercato del latte salutista
Qualcuno negli Stati Uniti l'ha già soprannominato "Milk Cola".
In realtà si chiamerà "Fairlife" ed è il latte che il gruppo Coca-Cola si appresta a presentare sul mercato, estendendo così la sua offerta di prodotti al di fuori delle bibite.
Ma visto che di latte ce n'è in giro già tanto e che agli americani, in particolare, i prodotti piacciono di più se sono "arricchiti" con qualcosa,
Fairlife sarà più un drink a base di latte con il 50 per cento di proteine in più e il 30 per cento di zucchero in meno, con molto calcio e zero lattosio.
Naturalmente produrre un latte con queste caratteristiche costa di più; ci si aspetta quindi un prezzo di vendita "elevato" per un prodotto destinato ad un mercato di consumatori che "potrà" spendere di più!
Che questo possa far da traino per cercare di "invertire" la tendenza dell'attuale mercato del latte?
( ad oggi la tendenza è produrre sempre di più = minore qualità = continua corsa al ribasso delle quotazioni)
( ad oggi la tendenza è produrre sempre di più = minore qualità = continua corsa al ribasso delle quotazioni)
Che si possa seguire la stessa strada anche nel proporre un "formaggio di elevata qualità" ?
A voi le risposte!
Auguri a tutti di BUON 2015
venerdì 21 novembre 2014
Il formaggio CASERA della Valtellina
Carissimi seguaci del blog,
con l'avvicinarsi della stagione invernale, mi sorge spontaneo il desiderio di un buon piatto "caldo" con del buon formaggio di montagna fuso, tipo Polenta e formaggio o addirittura di "Pizzocheri della Valtellina" con formaggio Casera appunto!
E' doveroso quindi fare un cenno a questo formaggio valtellinese che si affianca ai diversi formaggi stagionati di Montagna ( tipo Fontina, Bitto, Vezzena, Carnia, Latteria etc.) che tratteremo nei prossimi post.
Il Casera è il formaggio tipico delle montagne della Valtellina: un formaggio a pasta semicotta, prodotto da latte vaccino di razza bruna-alpina alimentate con erbe tipiche di zona, che trasferiscono al formaggio tutti i sapori delle erbe aromatiche della montagna valtellinese.
E' diventato a marchio DOP ( Denominazione di Origine Protetta ) e rappresenta la tradizione culinaria e storica della gastronomia valtellinese.
La storia del Casera ha origine con la nascita delle prime latterie sociali in Valtellina, intorno al 1500. Nei secoli successivi le latterie si diffusero in varie località della provincia di Sondrio.
Il Casera della Valtellina viene prodotto con latte vaccino parzialmente scremato, proveniente da due o più mungiture e scremato per affioramento: storicamente il latte conferito la sera è lasciato riposare in bacinelle e successivamente scremato, mentre quello della mattina seguente veniva aggiunto intero.
La coagulazione avviene a 35-37°C ottenuta con l’uso di caglio di vitello, rotta sino alle dimensioni di chicco di mais.
La massa caseosa viene successivamente cotta ad una temperatura compresa fra i 40° e i 45° C, quindi dopo una breve sosta sotto-siero caldo, viene porzionata e posta in fascere sotto leggera pressatura. Segue la salatura che può avvenire in apposita "salamoia" oppure a mano sulle varie facce.
La stagionatura è di minimo 60 giorni ed avviene nelle tradizionali "casere" o adeguate celle di maturazione.
Il formaggio Casera si presenta in forme cilindriche regolari, larghe dai 30 ai 45 cm., con un altezza di 10 cm circa e un peso variabile da 7 a 12 kg.
La pasta è compatta, al taglio il colore è variabile dal bianco al giallo paglierino, a seconda della stagionatura a cui la forma è stata sottoposta.
Il sapore dei Valtellina Casera é dolce, caratteristico, con una nota di frutta secca, delicato, e diventa più intenso con il procedere della maturazione.
La pasta è compatta, al taglio il colore è variabile dal bianco al giallo paglierino, a seconda della stagionatura a cui la forma è stata sottoposta.
Il sapore dei Valtellina Casera é dolce, caratteristico, con una nota di frutta secca, delicato, e diventa più intenso con il procedere della maturazione.
Il Casera è tutelato dal Consorzio di tutela del Valtellina Casera e Bitto, con sede a Sondrio
Il Casera "giovane" trova ottimo abbinamento con vini bianchi, tipo "terre di Franciacorta Bianco" o " Bianco dell'Alto Adige". Le forme più stagionate si degustano meglio con del "Rosso" tipico della zona "Rosso Valtellina DOC"
Alla prossima!
sabato 6 settembre 2014
I Formaggi Freschi spalmabili, tipo Caprino e Quark
Salve a tutti,
recentemente, durante una breve trasferta in Rep Ceca, ho avuto l'opportunità di vedere la produzione di un formaggio fresco spalmabile (tradizionale) dal gusto tendenzialmente acido chiamato tvaroh.
Si tratta praticamente del nostro formaggio fresco spalmabile ( a lavorazione lattica) ,comunemente chiamato in Italia "Caprino" ( se fatto da latte di Capra) o ancora in Piemonte zona Canavese
il " Tomino a rotolo" etc.
Molto diffuso in Germania conosciuto come Quark o anche Weißkäse, in Baviera e Austria Topfen, è un tipo di formaggio fresco spalmabile prodotto dal latte vaccino.
E' un formaggio fresco dall'aspetto simile alla ricotta. Viene spesso usato come ingrediente in cucina e in pasticceria. Nel passato il termine italiano ricotta veniva tradotto in tedesco con Quark; in seguito all'affermazione dei prodotti alimentari italiani in Germania è diventato d'uso comune anche il termine
( improprio) di Ricotta di latte .
Negli USA è molto utilizzato per la produzione della locale torta di formaggio (cheesecake) oppure di cream cheese.
Per la sua produzione il latte viene fatto fermentare con l’aggiunta di batteri lattici mesofili e caglio.
A coagulazione avvenuta, il coagulo viene travasato in sacchetti di tela fine e il siero viene quindi separato comprimendo la massa cagliata e lasciandolo gocciolare (nella produzione industriale il siero viene separato in apposite macchine centrifughe).
Il formaggio viene poi fatto passare in un apposito mescolatore e arricchito con panna, in quantità adeguata al contenuto di sostanza grassa che si vuole raggiungere nel prodotto finito (in Germania sono disponibili in commercio quark con un contenuto di grasso del 10, 20 e 40% sul secco).
Industrialmente, il quark può essere prodotto anche con il sistema dell’ultrafiltrazione oppure con la tecnologia "senza spurgo" tramite l'uso di "MPC funzionali - proteine del latte".
Resto disponibile ad approfondire l'argomento. Contattatemi.
Alla prossima.
lunedì 16 giugno 2014
Latte e Formaggi fanno bene o male?
Salve a tutti,
osservo che ciclicamente torna di attualità il problema
"Bere Latte e mangiare Formaggi fa bene o fa male?
link notizia
Traggo spunto anche dal ragionamento di Roberto Rubino letto recentemente
( presidente ANFoSC -Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo)
C’è effettivamente una parte di consumatori che osteggia fortemente il consumo di latte ed di formaggi.
Lasciando da parte le scelte di carattere ideologico (es. vegani, animalisti), cerchiamo di restare sul terreno scientifico, storico e su dati di istituti di ricerca seri e prestigiosi.
Latte, Burro e Formaggi non sono loro i responsabili delle malattie di cuore, riporta il British Medical Journal.
Il loro consumo - equilibrato e senza eccessi come tutti gli alimenti - non è dannoso come si pensava un tempo.
Nella Storia di formaggi ne scrive Omero, raccontandoci come Polifemo producesse quello che oggi è conosciuto come il Canestrato.
Il consumo di latte fresco , soprattutto quello di capra, viene anch’esso da lontano.
Domanda: come è possibile che la natura abbia messo a disposizione un alimento di per sé pericoloso e non abbia, al contempo, provveduto a creare anticorpi, difese comportamentali?
Nell'epoca del Rinascimento il medico, astrologo svizzero Paracelso
diceva che "è la dose che fa il veleno".
In natura ci sono molte piante velenose, ma gli animali sanno come evitarle, evidentemente perché queste hanno molecole odorose ripugnanti o la cuticola urticante.
Probabilmente anzi sicuramente il latte non è più quello di una volta ed allora passo alla seconda osservazione.
Domanda: tutto il latte è uguale? Tutti i formaggi, la pasta, la carne,la frutta, le verdure ecc., sono uguali.?
Ovviamente la risposta è no!
Il latte non è tutto uguale, o meglio lo è (quasi) se prendiamo in considerazione i soliti parametri: grasso, proteine, carica batterica e cellule somatiche.
Si sta studiando il rapporto omega6/omega3, che deve essere il più basso possibile.
Si può parlare di latte al singolare? e di Burro o Formaggi ?
Provate a mettere a confronto un Burro prodotto da latte di Alta qualità ed un Burro giallo, di produzione industriale, quasi sempre proveniente dall’estero. Un abisso!
Aspetto vostre osservazioni.
Alla prossima!
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